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Divine Word MissionariesThe Founding Generation |
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Founding Generation
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“La lingua dell'amore Giuseppe Freinademetz
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1852
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Dopo quattro anni di scuola elementare a San Leonardo, su consiglio del parroco, il piccolo Üjöp, come veniva chiamato nella lingua materna ladina, venne mandato a continuare gli studi nella città vescovile di Bressanone; erano undici ore a piedi, perché allora nella Val Badia c'erano ben poche strade. A Bressanone si parlava unicamente tedesco, una lingua che Giuseppe praticamente non conosceva, poiché in Val Badia si parlava, e si parla tuttora, accanto al ladino, soprattutto l'italiano. A Bressanone, dopo due anni di scuola elementare tedesca, poté passare al ginnasio. Giuseppe Freinademetz era molto tagliato per le lingue, ma per il resto non eccessivamente dotato.
Nel 1872 entrò in seminario. La diocesi di Bressanone era diretta dal vescovo principe Vinzenz Gasser, che aveva giocato un ruolo molto importante al concilio Vaticano I. Allora quella piccola città vescovile era caratterizzata da una straordinaria apertura al mondo, da un ardente spirito missionario. Gli insegnanti di Giuseppe Freinademetz, sia del ginnasio che del seminario, avevano frequenti contatti epistolari e personali con i missionari. Furono certamente loro a risvegliare in lui l'idea e il desiderio di diventare un giorno missionario. Nel 1875 venne ordinato sacerdote. L'anno seguente concluse gli studi e venne inviato come cappellano a San Martino nella sua Val Badia. Lì si dedicò soprattutto all'insegnamento scolastico e si consolidò la sua vocazione missionaria.
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Quando nel gennaio del 1878 lesse nel bollettino diocesano un articolo sulla Casa missionaria di Steyl, la decisione era ormai presa. Il 27 agosto giunse a Steyl (Olanda), dove Arnoldo Janssen aveva fondato nel 1875 la prima Casa missionaria tedesca, che per motivi politici non aveva potuto fondare in Germania. Il 2 marzo 1879 Giuseppe Freinademetz, insieme a Johann Baptist Anzer, ricevette dal nunzio papale il crocefisso missionario. Dopo essersi congedato brevemente dalla famiglia e dalla sua terra - per lui sarebbe stato un congedo definitivo - il 15 marzo i due missionari si imbarcarono ad Ancona (Italia) alla volta della Cina.
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A ricordo della partenza di Giuseppe |
Il 20 aprile i primi due missionari di Steyl giunsero a Hong Kong e misero piede sul suolo cinese. Per Giuseppe Freinademetz cominciarono due anni di «noviziato missionario », sotto la guida del missionario italiano Piazzoli, a Saikung, una piccola stazione missionaria nell'entroterra di Hong Kong. Quando, nel 1881, alla Casa missionaria di Steyl venne affidato un proprio territorio missionario nella provincia dello Shandong, la strada del missionario proveniente dalle Dolomiti era ormai tracciata. A parte due settimane di cure sanitarie in Giappone, Giuseppe Freinademetz non lasciò più lo Shandong.
l viaggio a Steyl era stato per Giuseppe Freinademetz
il primo viaggio al di fuori delle valli in cui era nato e
cresciuto. Allora aveva 26 anni. La sua vita, le sue abitudini,
la sua idea del mondo e della chiesa erano
caratterizzate e modellate dal suo piccolo mondo profondamente
cattolico. La morale cattolica determinava la vita privata e
pubblica, il calendario liturgico scandiva il corso dell'anno. A
causa della sua fedeltà alla chiesa, il Tirolo, la sua patria, era
considerato
in modo particolare «terra santa». Ancora nel 1837 i
protestanti furono cacciati, a causa della loro fede, dalla loro
patria tirolese. Il vescovo principe di Bressanone ricorse a tutti i
mezzi per lottare contro la libertà religiosa sostenuta dal governo
di Vienna e presentò le
sue dimissioni al papa Pio
IX in seguito alla costituzione
nella sua diocesi, nel
1876, di due comunità protestanti.
Gli abitanti di San Martino salutavano il loro cappellano con «Sia lodato Gesù Cristo» e i bambini gli baciavano la mano. Nelle sue prediche i temi di gran lunga prevalenti, come avveniva abitualmente allora, erano quelli del peccato e dell'inferno. Era questa la «sana aria cattolica» che respirava a pieni polmoni Giuseppe Freinademetz.
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1875 È l’anno dell’ordinazione sacerdotale di Giuseppe Freinademetz per opera del famoso principe-arcivescovo Vinzenz Gasser.
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Quando nel 1879 sbarcò a Hong Kong lo fece pensando che da quel momento avrebbe «convertito i poveri pagani e sradicato l'idolatria e la miscredenza». A San Martino, il giorno della partenza, nell'omelia aveva detto: «Quando penso a quegli infelici paesi e popoli, dove regna la notte più oscura del paganesimo, dove non si conosce la vera religione, a quegli uomini che sono tuttavia nostri fratelli e sorelle, mi batte forte il cuore, mi viene da piangere». E aveva aggiunto: «Conosco l'enorme miseria dei nostri fratelli d'oltreoceano, che con le lacrime agli occhi ci tendono le mani e ci chiedono aiuto.
alle strette valli del Tirolo all'internazionale
Hong Kong. La cosa non poteva funzionare.
Allora i cinesi a Hong Kong erano circa
140.000, di cui solo un migliaio cattolici. I circa
10.000 inglesi, portoghesi, americani, francesi, tedeschi, spagnoli,
filippini, indiani e persiani che risiedevano a Hong Kong si
interessavano ben poco alla chiesa. E poi il piccolo, sporco villaggio
di pescatori di Saikung, dove imparò la lingua e dovette
combattere, oltre che con la malaria, con problemi di stomaco e
disturbi intestinali. Tutto sommato, non era certo il posto per
alimentare l'entusiasmo e l'euforia.
| 1879 Il figlio delle Dolomiti inizia ad Hongkong a diventare “cinese”.
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Esteriormente si trasformò in un cinese: assunse il nome di Fu Jo-shei Shenfu, abbreviato in Fu Shenfu «sacerdote della felicità»; tagliò i capelli biondo rossicci, lasciando un ciuffo dietro cui attaccare la falsa treccia nera; cambiò la talare nera portata dall'Europa con l'azzurra toga cinese, le scarpe di pelle con quelle di tela, ma la mentalità rimase europea, tirolese. Ai suoi occhi la chiesetta della missione è troppo misera, la pagoda ai piedi della collina su cui sorge la chiesetta è un edificio sfarzoso; osserva con invidia la gente che entra e esce a frotte dalla pagoda, mentre il suo unico interlocutore è un vecchio cinese che cerca di insegnargli la lingua. Poiché il P. Piazzoli è spesso fuori, occupato nelle visite alle stazioni missionarie, egli rimane solo per intere settimane. Tutto questo gli rode l'animo e lo consuma. Quando dopo sei mesi si invertono i ruoli e viene il suo turno di andare di isola in isola, di villaggio in villaggio, a visitare i pochi cristiani dispersi e a conquistare nuovi adepti alla sua fede, si rende conto che i suoi sforzi sono per lo più infruttuosi. I cinesi dimostrano più interesse per il suo naso insolitamente lungo che per ciò che ha da dire. Vengono per vedere uno strano europeo e non per ascoltare il suo messaggio. E ciò che è peggio, gli gridano dietro «diavolo straniero». Egli ha lasciato la famiglia, gli amici, la patria, ha abbandonato tutto per liberare i cinesi dalle fauci del diavolo e ora proprio loro lo chiamano «diavolo». Questo gli risuona nelle orecchie, lo consuma interiormente. Come contro-reazione, egli vede il diavolo all'opera ovunque: i templi sono dimore del diavolo; le feste religiose sono feste in onore del diavolo; egli viene onorato con fuochi d'artificio e scoppi di mortaretti; i doni sono offerti al diavolo. Sintetizzando, scrive: «La Cina è veramente il regno del diavolo. Non si possono fare dieci passi senza che lo sguardo sia colpito da ogni sorta di caricature infernali e dalle più diverse diavolerie».
La delusione personale si trasforma in una condanna in blocco, piena di pregiudizi: «Per noi europei il carattere cinese è ben poco attraente... Il cinese non è stato dotato dal Creatore delle stesse disposizioni degli europei... Il cinese non riesce a elevarsi a un pensiero superiore».
Senza rendersene conto, rivela la falsa idea che domina la sua mente: «Ed è proprio questo che il giovane missionario sente più amaramente: È venuto pieno di zelo dall'Europa; vorrebbe che a sera il suo braccio fosse spossato a forza di battezzare e predicare e che ogni anno alcune pagode crollassero sotto i suoi occhi, per fare spazio almeno ad altrettante chiese» – e invece...?
Giuseppe Freinademetz è figlio del suo tempo e della sua terra di origine. Non c'è posto per altre religioni. Essere missionari significa conquistare anime alla fede cattolica. Non vi riesce nella misura che vorrebbe, per cui è deluso e frustrato.
e delusioni personali, le difficoltà di adattamento
fisico e la frustrazione dell'insuccesso conducono
alla domanda fondamentale ed esistenziale, lo
costringono a riflettere sulla sua vocazione. Così si
fanno strada nella sua mente pensieri che non maturano dalla sera
alla mattina; deve aver molto scavato, meditato e pregato, prima
di poter scrivere queste espressioni raccolte sotto il titolo «gioie
del missionario»: «È mai esistita sulla terra un'opera così grande,
grande a causa della sublimità del suo fine, affascinante a causa del
numero e della qualità dei suoi mezzi e successi, come la religione
del Crocifisso e l'apostolato ad essa inseparabilmente legato...
In questa luce, tutto acquista un nuovo colore, assolutamente specifico;
ciò che è in sé piccolo e privo di importanza acquista un
particolare fascino, ciò che è in sé amaro, una particolare dolcezza.
Il silenzio, la solitudine e l'abbandono da ogni parte parlano in
modo straordinario al cuore del missionario e poiché il buon Dio
è tanto più vicino quanto più gli uomini sono lontani, spesso il
missionario non sa se debba piangere per il dolore o esultare per
la gioia e fa insieme l'una e l'altra cosa».
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“Fu Shenfu” – Sacerdote della felicità. |
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Non sono le parole posate di un uomo in età avanzata. Quando Giuseppe Freinademetz scrive queste righe dall'accento quasi mistico, al termine del biennio passato a Hong Kong, ha 28 anni è quindi pieno di energia e di voglia di fare. Egli stesso definisce quel biennio il suo «noviziato missionario»: sono due anni decisivi,, due anni nei quali egli scopre il fondamento spirituale sul quale costruire la sua vita in Cina.
Gli abiti cinesi non hanno fatto di Giuseppe Freinademetz un uomo nuovo. Egli lo sente e sa che cosa bisogna fare: «Resta ancora da fare la cosa più importante: la trasformazione dell'uomo interiore; lo studio della mentalità cinese, degli usi e costumi cinesi, del carattere e delle disposizioni dei cinesi non è l'opera di un giorno, neppure di un anno, e non può riuscire senza qualche dolorosa operazione».
Senza rendersene conto, in queste espressioni egli ha formulato il suo programma di vita. Si sbarazza dalle sue grette idee e categorie e diventa un missionario di grande talento. Ora è ben equipaggiato per la costruzione della prima missione affidata ai Missionari di Steyl nello Shandong meridionale.
Nel 1881 Giuseppe Freinademetz lascia Hong Kong. Dopo un nuovo studio della lingua – il cinese parlato nello Shandong è diverso da quello parlato nella colonia della corona britannica – nel marzo del 1882 giunge a Puoli, la futura sede centrale della nuova missione dei Missionari di Steyl. Lo Shandong meridionale sarà non solo il suo campo di lavoro, ma la sua nuova patria.

Giuseppe Freinademetz lascia Tsingtao.
nche nello Shandong meridionale continua a fare
ciò che aveva cominciato a fare a Saikung: visita i
vari villaggi di quel vasto territorio nel quale non
era ancora giunto praticamente alcun europeo; a
parte la compagnia di un cinese mezzo cieco che lo segue fedelmente,
è tremendamente solo, per settimane, a volte per mesi.
Visita i villaggi una prima volta nei primi due anni e poi di nuovo
per quattro anni, ma anche in seguito, come semplice missionario
o come pro-vicario, come amministratore, come provinciale e
visitatore, è spesso in viaggio, a piedi, a dorso di mulo o a cavallo,
nel cassone di carri trainati da buoi o in una carriola a una sola
ruota spinta dal carrettiere. Impara a conoscere il territorio missionario
meglio di qualsiasi altro e non solo il territorio, ma
soprattutto e anzitutto i suoi abitanti. A partire da questo momento
fa per tutta la vita quella che aveva definito la cosa più importante
che valesse la pena di fare al tempo in cui studiava la lingua
a Hong Kong: Fu Shenfu studia «i cinesi, la loro mentalità, i loro
usi e costumi, il loro carattere e le loro disposizioni».
| 1897 Ha inizio il duro intervento militare in Cina dell’imperatore tedesco Guglielmo II.
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Ma ciò che immagazzina nelle sue infinite peregrinazioni e nei suoi viaggi non sono solo conoscenze curiose o scientifiche, informazioni sugli usi e sulle abitudini. Esse lo conducono a ciò che già a Hong Kong aveva considerato necessario: «la trasformazione dell'uomo interiore». Più conosce i cinesi, la loro lingua e cultura, più li apprezza, più ne parla con grande rispetto. Al punto che non riesce più a sopportare che qualcuno in sua presenza parli in modo sprezzante dei «cinesi». Il suo atteggiamento suscita critiche, poiché contrasta con lo spirito del tempo, corrente nella società civile, ma a volte presente anche nella chiesa.
ella seconda metà del XIX secolo
l'imperialismo europeo raggiunge
il suo acme e l'antichissimo
Impero cinese il punto più basso
della sua lunga storia. L'Inghilterra, la Francia, la
Russia e persino il Giappone costringono il debole
«Impero di mezzo» a sottoscrivere trattati iniqui.
Il giovane impero tedesco cerca febbrilmente
un'occasione per fare lo stesso. Quando nello
Shandong meridionale vengono uccisi, in circostanze
finora non pienamente chiarite, due missionari
di origine tedesca, confratelli di Giuseppe Freinademetz,
l'imperatore Guglielmo II coglie al volo l'occasione e, con il
pretesto della protezione dei missionari tedeschi presenti nello
Shandong meridionale, occupa un territorio esplorato già da
molto tempo e scelto per il suo interesse economico; la baia di
Kiaochow con la città portuale di Tsingtao. L'imperatore ha
ordinato ai suoi soldati di «usare il pugno di ferro» se i cinesi
non si sottomettono.
![]() Il governatore tedesco von Truppel in visita dal vescovo Anzer (1903). |
Le forze di occupazione fanno sentire la loro superiorità
militare e saccheggiano la Cina. Il popolo cinese si sente umiliato,
i funzionari fomentano l'odio contro tutti gli stranieri. I missionari
vengono accomunati
agli stranieri e considerati
degli intrusi che
vogliono distruggere la
cultura e la tradizione cinese
e la struttura confuciana
del potere. Per amore di
verità bisogna riconoscere
che non tutti i missionari
erano immuni da tendenze
razziste e che dimostravano
nei riguardi dei cinesi una
certa superiorità europea.

Nel cortile interno della stazione principale di Puoli.
l 15 agosto 1886 Giuseppe Freinademetz fece la
Professione perpetua. La Comunità di Steyl era
diventata la «Società del Verbo Divino». Ora Giuseppe
aveva 34 anni ed era in Cina già da sette anni,
quattro dei quali passati nello Shandong meridionale. Egli
confida al suo Diario: «Ora fratello Giuseppe, il dado è tratto:
prega, lavora, soffri, sopporta. Tutta la tua vita per i tuoi cari
cinesi, affinché quando un giorno, alla sera della vita, ti coricherai
per morire, possa coricarti a dormire accanto e insieme
ai tuoi cari cinesi. Addio! Ti saluto, per l'ultima volta, cara
patria al di là del mare!». Nella formula della professione si
dice: «Io ti prometto Dio santo, uno e trino...». Ma per Freinadametz i
voti non sono solo la sua donazione interiore,
incondizionata, al Creatore. Attraverso di essi, egli lega
indissolubilmente
la sua vita ai cinesi. Non solo offre la sua forza,
la sua energia, la sua vita per loro – «prega, lavora, soffri» –,
ma lega strettamente con loro anche la sua vita dopo la morte,
la sua speranza della felicità eterna. Ciò significa che non riesce
più a immaginare la sua vita senza i cinesi, neppure in
cielo. : «affinché possa coricarti a dormire accanto e insieme ai
tuoi cari cinesi».
È più di una totale donazione di se stesso: Egli si è affezionato ai suoi «cari cinesi». In preparazione alla professione perpetua aveva scritto a casa: «Vi dico francamente e apertamente: Io amo la Cina e i cinesi... Ora che non ho più grossi problemi con la lingua e conosco la gente e il suo stile di vita, la Cina è diventata la mia patria e il campo di battaglia sul quale un giorno vorrei cadere...». Oggi, quest'allusione al «campo di battaglia » può sembrarci strana, ma egli vuole affermare semplicemente che non si spende per un'idea e neppure per il regno di Dio in generale, bensì per le persone concrete con cui ha a che fare giorno dopo giorno; per le persone che ama non in un senso sublimato, ma per loro stesse. In una lettera alla sorella scrive: «Voglio vivere e morire con i cinesi».
Non tutti apprezzano il suo atteggiamento. Molti giudicano esagerata la sua inclinazione verso i cinesi e tutto ciò che è cinese.
Ma il vescovo Henninghaus, per moti anni suo compagno di lavoro e suo primo biografo, sottolinea continuamente che Freinademetz conosceva molto bene i difetti e le debolezze del popolo cinese. Egli equipara la sua inclinazione verso i cinesi alla carità cantata da Paolo nella prima lettera ai Corinti: «Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta».
Questa carità deve niente meno che «sopportare», tollerare. Freinademetz si lamenta più di una volta di essere stato ripetutamente raggirato e ingannato: «Quante volte i cinesi mi hanno ingannato!». Il P. Heinrich Erlemann, che a volte ha apertamente criticato il P. Freinademetz, dopo la sua morte scrive: «Oso affermare che nessun missionario nella nostra missione ha sperimentato a volte tanta ingratitudine da parte dei cinesi come questo grande amico dei cinesi, il P. Freinademetz».
Il P. Erlemann non riesce a comprendere come tutto questo non abbia fatto cambiare atteggiamento al P. Freinademetz. Per il padre francescano Zeno Möltner, tirolese come il P. Freinademetz, la visione che quest'ultimo aveva dei cinesi era inconciliabile con la sua missione: «Come può confessare se ritiene così santa quella gente!».
Il P. Erlemann crede anche di poter individuare l'acme temporale di questa particolare inclinazione del suo confratello: «Negli anni 1886-1890 egli affermava che i cinesi erano assolutamente santi, a parte il fatto che non erano battezzati e non credevano in Dio».
Sono proprio i quattro anni in cui il criticato P. Freinademetz fu particolarmente vicino ai cinesi. Dal 1886 al 1890 era ridiventato missionario itinerante, mangiando e dormendo in qualche fatiscente locanda o in primitive capanne di contadini. Allora i cristiani e i catecumeni erano ancora pochi e molto sparsi, per cui egli doveva muoversi per lo più in ambienti riservati, se non addirittura ostili, nei suoi riguardi, dove spesso si rideva del suo «lungo naso» e si derideva la sua religione. E tuttavia, secondo il P. Erlemann, è proprio in questo periodo che egli si dimostra particolarmente acritico nei riguardi dei cinesi. Qui gioca certamente più il desiderio di critica personale che l'osservazione oggettiva! Sono proprio queste situazioni – la monotonia della vita quotidiana e le relazioni gomito a gomito – che non si possono coprire con il romanticismo e neppure sublimare con la bigotteria: l'attaccamento e l'amore di Fu Shenfu per questo popolo devono essere stati veri e profondi.
“La preghiera e la gioia rendono
possibile una vera virtù”.
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1890 |
nche se era esigente con se stesso, non scansava
le fatiche, si «mortificava», limitava i bisogni
personali e si sacrificava, Freinademetz era tutt'altro
che una persona dura. Al contrario, era
sensibile, a volte persino troppo sensibile, se non addirittura
sentimentale e facile al pianto. Il
distacco dalla patria e dalla casa
paterna, ad esempio, fu molto doloroso.
Scrive che vedere piangere i
«cari scolari» di San Martino al
momento dell'addio «mi strappò il
cuore», e continua: «Non descriverò
la scena di addio nella casa paterna...»
Prima della professione perpetua, in assenza di Anzer, aveva retto per due anni la missione dello Shandong meridionale come amministratore e curato pastoralmente i cristiani di Puoli e dintorni. Gli erano entrati nel cuore, per cui fece fatica a staccarsene: «Questa volta non sono riuscito a trattenere le lacrime; euntes ibant et flebant – andavano e piangevano». I buoni cristiani di Puoli «mi erano ormai entrati nel cuore...».
Confessa che le lettere che riceve dal suo paese lo toccano profondamente: «Non è nostalgia... ma un sentimento speciale che mi strappa le lacrime».
Dopo che i tedeschi ebbero occupato Tsingtao, Freinademetz, in assenza del vescovo, svolse nuovamente le funzioni di amministratore. Un testimone ricorda che, celebrando la messa solenne per i soldati, «l'espressione e la precisione» con cui il coro militare cantava i «canti religiosi» lo commossero al punto che «i nostri occhi si riempirono di lacrime». Al momento del Te Deum al termine della celebrazione egli perse ogni controllo e «le lacrime gli solcarono le pallide guance».
![]() Una lettera di Giuseppe Freinademetz ad uno dei suoi fratelli. |
Le sue lettere sono piene di toccanti esempi che mostrano chiaramente quanto egli partecipasse come uomo alla sorte dei suoi cinesi.
Ma la sua grande sensibilità non gli impedì in momenti decisivi di difendere con estrema decisione la propria idea. Il P. Erlemann confessa: «A volte ho discusso animatamente con lui, ma era impossibile convincerlo quando la propria idea, per quanto buona potesse essere, non collimava con la sua visione delle cose».
Quando si trattava di redigere i verbali in occasione delle visite, di chiarire situazioni intricate, di valutare i singoli missionari e di decidere chi fosse adatto per un determinato servizio o un determinato ufficio, i suoi giudizi erano decisamente oggettivi e spassionati.
“Il poco che noi facciamo
è niente in confronto a ciò che
il buon Dio ha fatto per noi”.
he il P. Freinademetz fosse molto esigente con
se stesso e vivesse fino in fondo la povertà apostolica
e l'obbedienza lo riconoscono anche
coloro che erano critici nei suoi riguardi. Vivere
gomito a gomito con lui non era certamente di tutti. P.
Anton Volpert lo afferma apertamente: «Fu per me una grande
fortuna avere come superiore e maestro quel santo provicario.
Ma fu anche una sfortuna. Già Confucio aveva detto
che vivere con i perfetti è più difficile che vivere con i meno
perfetti. Io ero ancora troppo imperfetto ed egli voleva troppo
da me».
Nella giovane congregazione religiosa di Steyl godeva di buona fama. Quando giungevano in missione, i nuovi missionari erano anzitutto curiosi di vedere quel «santo» uomo. I visitatori che giungevano dall'Europa, i viaggiatori e i diplomatici erano impressionati dalla sua personalità al pari dei soldati e degli ufficiali delle forze di occupazione tedesca. Si restava stupiti e si ammirava il suo modo di pensare e di vivere. Egli convinceva anche coloro che non condividevano la sua fede e le sue concezioni. Ma lui come vedeva e giudicava se stesso?
A chi pensava di richiamarlo in Europa per affidargli un posto importante fa una descrizione di se stesso che assomiglia a una confessione. Si vede spinto a «scoprire completamente la sua vita intima, affinché il signor Rettore [A. Janssen] sappia con quale miserabile soggetto ha a che fare». Dopo aver chiesto di non interpretare la sua aperta confessione come falsa umiltà, confessa anzitutto di avere problemi con la sessualità nei pensieri e poi descrive il suo carattere: «Sono terribilmente vanitoso e civettuolo; sono volubile e facile allo scoraggiamento quando qualcosa va storto; mentre sono smodatamente allegro e ironico quando qualcosa riesce. Sono facile alla collera e all'impazienza, scandalizzando spesso i catecumeni con il mio comportamento. In nessuna cosa ho il pieno controllo di me stesso e cedo in vari modi alla voce delle passioni». A parte il fatto che egli fa questa confessione già nel 1885, cioè a 33 anni, nessuno dei suoi confratelli lo giudica in questo modo o in modo simile. Si vedeva veramente così? Tutti concordano sul fatto che fosse umile nel senso migliore del termine. Da varie descrizioni si può certamente anche dedurre una certa inclinazione allo scrupolo, un'inclinazione che affiora ancora negli ultimi giorni della sua vita, quando, costretto a letto e ormai privo di forze, vuole ripetutamente confessarsi.
Non era certamente l'unico a essere convinto che si dovesse rendere conto a Dio di tutto, fin nei minimi dettagli. Esprimeva un tratto comune della spiritualità del tempo quando diceva: «Se il conto non torna, bisogna pagarlo nel purgatorio usque ad ultimum quadrantem, fino all'ultimo spicciolo». Può essere dipesa proprio da questo la sua paura della morte. Ma alla fine le andò incontro tranquillamente: «Quando si è compiuto il proprio dovere e si è fatto tutto il possibile, il buon Dio deve essere benevolo... Come è bello essere cattolici. Come si può morire in pace».
Egli aveva un'assoluta, incondizionata fiducia nella forza dei sacramenti. Era talmente convinto dell'efficacia della benedizione sacerdotale, nonché dell'acqua santa, da attribuire loro quasi una forza magica: «Potrei raccontarvi tante altre cose di questa giovane missione, per esempio i meravigliosi effetti dell'acqua santa, che qui ha già guarito malati e scacciato demoni dagli indemoniati». È significativo il fatto che queste espressioni non siano state riprodotte alla lettera, benché egli avesse scritto a Steyl una lettera destinata alla pubblicazione. Per la sua posizione personale è significativo anche ciò che egli scrive in questo contesto: «Non mi sorprende che gli spiriti cattivi scappino, dato che Cristo ha dato alla sua chiesa potere su di essi. Mi addolora invece il fatto che i poveri pagani vedano questi segni e non sappiano interpretarli». Giuseppe Freinademetz è sempre missionario; pensa sempre agli uomini, ai «suoi» cinesi!
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1900 Con la rivolta dei Boxer la situazione politica in Cina diventa particolarmente critica – soprattutto per i missionari. |
er le autorità cinesi locali i missionari cristiani
erano più di una spina nel fianco. I funzionari e i
dignitari ostacolavano la missione per quanto
potevano. Usavano abilmente la diffusa ostilità
verso gli stranieri e sobillavano continuamente le masse contro
gli stranieri. Anche il P. Freinademetz subì ripetutamente le
conseguenze di questo clima generale. Il 23 maggio 1889 fu
duramente percosso e lasciato mezzo morto.
Il 1 novembre 1897 vennero assassinati due giovani missionari: Richard Henle e Franz Nies. La Missione di Steyl piange i suoi primi martiri. Il vescovo è all'estero; P. Freinademetz, come superiore, è lì, profondamente scosso, davanti alle bare.
Quando nel 1900 la situazione politica in Cina si aggravò e scoppiò la cosiddetta Rivolta dei Boxer, i missionari ricevettero l'ordine di lasciare le loro missioni e andare verso la costa, che era certamente più sicura. Anche in quei mesi critici, Freinademetz, responsabile dell'intera missione come pro-vicario, in assenza del vescovo, si prendeva cura della sua gente. Voleva restare a Puoli, la missione centrale, per occuparsi degli orfani e dei cristiani che si erano rifugiati presso la missione. I suoi confratelli protestavano, ma egli rispondeva: «Per quale motivo non dovrei sacrificarmi? Sono già mezzo morto e morirò comunque molto presto. La mia vita è ormai alla fine, mentre voi potete lavorare ancora a lungo per il buon Dio». Era vero, era fisicamente mal ridotto, le lunghe privazioni avevano lasciato il segno nel suo corpo di quasi cinquantenne. I reni non funzionavano a dovere, soffriva di una laringite cronica e già da molto tempo sputava sangue; i medici gli avevano diagnosticato la tubercolosi e pronosticato pochi anni di vita. Era questa la sua condizione fisica quando si trattò di obbedire al comando di evacuazione dato dai superiori. Negli ultimi giorni la sua salute era ulteriormente peggiorata. Si lasciò convincere dai suoi confratelli, ma dopo appena 20 chilometri fece marcia indietro: la sua coscienza non trovava pace. I confratelli lo lasciarono andare. Erano sicuri che non lo avrebbero mai più rivisto.
Ritornata la calma, egli scrive a Steyl di aver preparato a una «morte violenta», alla «morte gloriosa e ricca di grazia dei martiri», i cristiani rimasti a Puoli: «Il buon Dio ha visto quanto abbiamo pregato e pianto; chi non vi partecipa personalmente, non può comprendere ciò che si prova».
In una lettera a un compagno di scuola rivela i suoi pensieri: «Quante lacrime e quanto sangue sono scorsi nella nostra infelice Cina. Tu hai pensato che io fossi morto già da un pezzo e invece continuo a vivere, anche se per mesi sono stato in bilico fra la vita e la morte; umanamente parlando, era praticamente impossibile pensare che ne uscissi vivo e anche i miei confratelli mi avevano messo fra i damnati ad mortem... Ora tutto è passato e io sono ancora vivo, perché non ero degno del martirio. Quanti vescovi, missionari e cristiani hanno meritato la corona dei martiri, mentre io, «inutilizzabile», sono stato gettato nella pattumiera». Sembra sincero ciò che scrive, tanto più che si salva in corner con un aneddoto: «Come sto? Bene, grazie a Dio; sono cessati anche i miei sbocchi di sangue; un confratello mi ha scritto da Tsingtao di mantenerli assolutamente, poiché se i Tataohui mi dovessero trafiggere e invece di sangue uscisse solo acqua, ciò potrebbe costituire un grosso problema in occasione del processo di beatificazione (!!!)». I tre punti esclamativi sono di Freinademetz.
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1901 |
inché visse Anzer, Freinademetz,
a parte un breve periodo,
fu il suo rappresentante,
quindi sempre il secondo. Ciò
avveniva quando Anzer non era in Cina. In
questa veste, fino alla morte del vescovo,
Freinademetz diresse la missione dello
Shandong meridionale per cinque anni. A
ciò bisogna aggiungere il periodo della sede
vacante e ancora altri due anni, nei quali il
nuovo vescovo si trattenne all'estero. Freinademetz
era nato per essere sempre «il
secondo»?
Quando vennero mandati in Cina i primi due missionari di Steyl era già chiaro che il superiore sarebbe stato Anzer. Quando i francescani passarono lo Shandong meridionale ai missionari di Steyl, Anzer venne nominato pro-vicario dal vescovo del luogo, anche se dopo alcune scaramucce. Il bavarese Johann Baptist Anzer era un tipo piuttosto impetuoso e la delicatezza e remissività non facevano parte del suo stile. Quando si trattò di definire il nuovo territorio missionario, egli si scontrò con l'Amministratore apostolico, il quale voleva nominare Freinademetz come pro-vicario, cioè come suo rappresentante. Era chiaro che lo Shandong meridionale non avrebbe tardato a diventare un Vicariato apostolico autonomo e che il pro-vicario sarebbe diventato Vicario apostolico, cioè vescovo. Freinademetz si spaventò e letteralmente in ginocchio pregò il vescovo di nominare Anzer. Fu solo un atto di umiltà?
Augustin Henninghaus, che lavorò a lungo con lui e fu il suo primo biografo, attribuisce al missionario sudtirolese «un giudizio aperto, chiaro, spassionato», una «mente sana», «una naturale capacità di giudizio e una serena imparziale comprensione ». Ora queste disposizioni naturali lo aiutavano a valutare giustamente la sua persona e le sue capacità. Lo riconobbe anche Arnoldo Janssen, il fondatore dei Missionari Verbiti: «Freinademetz è molto pio e affabile, zelante e non privo di saggezza. Ma come superiore è meno adatto di Anzer». Freinademetz era tagliato per la pastorale, il suo punto forte erano le relazioni interpersonali, mentre Anzer amava i ruoli di rappresentanza, era «più solido, più intraprendente, più forte» (Arnoldo Janssen).

Il vescovo Henninghaus (a destra) nel giorno della sua consacrazione.
Janssen consigliò di utilizzare il sudtirolese «come mediatore in faccende particolarmente delicate», un consiglio che Anzer spesso seguì.
Fa parte del destino tragico di questi due pionieri della missione dello Shandong meridionale il fatto di non essere riusciti a intendersi sul piano umano e di essersi sempre più allontanati fra loro. I loro caratteri erano troppo diversi. A ciò si aggiunse il fatto che con il passare degli anni Anzer cominciò ad avere problemi con l'alcol, si estraniò dai suoi missionari e prese decisioni a breve termine e arbitrarie. La situazione peggiorò al punto che Freinademetz venne spinto dai suoi confratelli a favorire la destituzione del vescovo. Fra i due si giunse a scene drammatiche. Anzer lo accusava di essere troppo debole e di aver complottato contro di lui. L'accusa ferì gravemente Freinademetz, ma egli non rese pan per focaccia. Alla fine la morte salvò il vescovo dalla destituzione.
“Consideriamo la vita per ciò che essa è
veramente: una seminagione per l’eternità”.
Il «naturale» successore sarebbe stato Giuseppe Freinademetz, almeno stando al desiderio del fondatore Janssen e della maggior parte dei missionari. Ma era ciò che voleva anche il diretto interessato? Egli sapeva di essere candidato, ma bisogna credergli quando afferma di non volere quel posto. Anche in quell'occasione la sua mente sana non lo abbandonò. Lo scrive con drastiche espressioni a un conoscente: «Pensano che io voglia diventare vescovo; si sbagliano di grosso. Una testa di rapa non è adatta per la mitria e non vi si mette la mitria. Inoltre, accanto ai molti peccata personalia io ho anche il peccatum originale, che nessun battesimo può cancellare».
Il «peccatum originale» è la sua cittadinanza austriaca. Le autorità tedesche hanno detto chiaramente al Vaticano di volere come vescovo un tedesco. Esse hanno escluso il nome di Freinademetz. Quest'ultimo è indignato; non vuole certo diventare vescovo, ma per la chiesa la cittadinanza non dovrebbe essere un motivo decisivo! Ovviamente le autorità tedesche hanno anche altri motivi: Freinademetz si era ripetutamente lamentato per lo stile di vita delle autorità coloniali e per il modo con cui trattavano la popolazione cinese. Inoltre, Henninghaus riferisce che il missionario sudtirolese aveva detto chiaramente nientemeno che al principe Enrico di Prussia, fratello dell'imperatore, che l'occupazione di Tsingtao contraddiceva «i principi fondamentali della giustizia». Evidentemente qui il suo amore per i cinesi gli ha fatto dimenticare ogni sensibilità diplomatica...
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1902 |
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ell'estate del 1900, dopo la fine della Rivolta dei
Boxer e il ritorno dei missionari ai loro posti,
Arnoldo Janssen nominò Giuseppe Freinademetz
Provinciale, cioè superiore dei missionari
in quanto religiosi. Fino ad allora il vescovo Anzer aveva svolto
anche quest'ufficio. Il vescovo interpretò la nomina come un
affronto personale e rifiutò ogni collaborazione.
Freinademetz prese molto sul serio anche questo compito che svolse fino alla morte. Visitò regolarmente i confratelli, intrattenne una fitta corrispondenza con la direzione della Società missionaria a Steyl e costruì a Taikia una grande Casa provinciale con parco. Aveva ottenuto da Steyl che i membri della Società del Verbo Divino passassero almeno un mese all'anno nella Casa provinciale. Così lo spiega, in un linguaggio certamente per noi oggi eccessivamente fiorito, ai suoi confratelli:
«Poiché come rappresentante del nostro reverendissimo Padre superiore generale ho il dovere di suonare il corno e poiché san Paolo nella sua prima lettera ai Corinti (14,8) scrive: "Si incertam vocem det tuba, quis parabit se ad bellum?" (se la tromba emette un suono confuso, chi si preparerà al combattimento?), voglio presentare brevemente quello che deve essere, a mio avviso, il finis primarius della nostra venuta e della nostra permanenza a Taikia. E quale è? Ut renovetur uterque noster homo! Riposo e ristoro spirituale e fisico, per poter continuare a lavorare per l'unum necessarium. Perciò, il vostro soggiorno qui deve essere anzitutto il più piacevole possibile e poi il più utile possibile».
Ha passato troppi anni in Cina e conosce troppo bene i suoi confratelli per non sapere quanto sia necessario migliorare le relazioni interpersonali, incrementare le risorse spirituali e approfondire le conoscenze teologiche.
Come provinciale egli approfitta di quelle quattro settimane per conversare in modo esauriente e confidenziale con ciascun missionario.
Ogni anno stende un rapporto per la Direzione generale. Nel rapporto del 1901 prevalgono ancora le osservazioni negative, ma in quelli degli anni seguenti predominano gli aspetti positivi. I principali criteri di valutazione dei suoi confratelli sono ovviamente il modo in cui trattano la gente del luogo e vivono il loro voto di povertà. Egli vieta rigorosamente ai missionari, senza un suo speciale permesso, di comprare costosi «prodotti europei». Gioisce vedendo che diminuisce il numero dei missionari che indossano «costosi abiti di seta cinesi». Sottolinea espressamente che «il principio di autorità è gravemente scosso». Non ha bisogno di indicarne il motivo, poiché anche a Steyl tutti sanno che ciò dipende dal modo sconcertante e imprevedibile con cui il vescovo Anzer gestisce il suo ufficio.
Il provinciale Freinademetz dà ai suoi confratelli la sensazione che la Società religiosa alla quale appartengono si occupa di loro da ogni punto di vista. E la maggior parte dei suoi missionari lo ringrazia. Nonostante la grande preoccupazione per la vita spirituale dei suoi confratelli egli resta saldamente con i piedi per terra, come dimostra la lista dei temi delle sue conferenze: oltre che spiegare la Regola della Società, parla di contabilità, di sobrietà, di registrazione delle proprietà, del controllo delle costruzioni – «adattandole il più possibile allo stile cinese» – e persino del rimboschimento delle colline e montagne prive di alberi.
La cura dei confratelli gli dà un nuovo slancio; il suo stato di salute è decisamente migliorato; nel 1902 compie 50 anni e diventa sempre più il tranquillo punto di riferimento della missione dello Shandong meridionale; diventa definitivamente la «madre della provincia».
Con la nomina di Augustin Henninghaus come nuovo vescovo nel 1904 comincia una collaborazione molto ricca e fruttuosa fra il vescovo e il provinciale. Perciò gli ultimi anni di vita del missionario del Sudtirolo sono i più sereni e i più belli della sua vita.

Una delle ultime fotografie di Giuseppe Freinademetz in Cina
con il vescovo Henninghaus e confratelli.
reinademetz possedeva molte qualità, ma non era
un genio. Scorrendo le date della sua vita e l'elenco
delle sue varie attività e pensando che era troppo
coscienzioso per lasciare qualsiasi cosa a metà o
per cedere all'improvvisazione, si è costretti a concludere che fu
un uomo straordinariamente diligente e assiduo. Fu favorito
certamente anche dal fatto di avere bisogno di poco sonno e di
possedere un carattere tenace. La situazione precaria, soprattutto
la mancanza di personale, per non parlare di personale debitamente
formato, e non da ultimo la sua incondizionata obbedienza
a Johann Baptist Anzer, lo costrinsero spesso ad accettare
attività e a occuparsi di temi, che personalmente non avrebbe
certamente scelto.
![]() Il titolo di copertina del manuale per i catechisti composto dallo stesso Giuseppe Freinademetz. |
Gli piaceva occuparsi soprattutto dei catecumeni e dei nuovi cristiani. Lì dava il meglio di sé. Era un pastore nato. E tuttavia non gli riuscì quasi mai di rimanere per più di due anni in uno stesso luogo o in una stessa zona. Il vescovo lo mandava continuamente a visitare le comunità, il che comportava la stesura di dettagliate relazioni. Quando si trattava di aprire un nuovo territorio missionario, il vescovo preferiva mandare lui. A volte doveva tenere dei corsi per catechisti; per un intero anno fu occupato anche in seminario. Occorreva preparare il primo sinodo diocesano e scegliere ed elaborare i relativi temi. Poi si tenne il capitolo provinciale, nel quale fu ancora lui a tirare le fila. A lui spettava anche la preparazione dei nuovi missionari, nonché la preparazione dei giovani missionari alla professione perpetua. E diresse ripetutamente anche corsi di esercizi spirituali. Nonostante tutto, trovò anche il tempo di preparare e pubblicare un catechismo in cinese ed elaborare Norme per i catechisti. Senza dimenticare le innumerevoli lettere a parenti, amici e benefattori in Sudtirolo, nonché la fitta corrispondenza con la Direzione generale a Steyl. Inoltre, a causa della sua buona conoscenza del cinese, il vescovo ricorreva sempre a lui per la corrispondenza con le autorità.
Dovette consacrare sempre molto tempo alle trattative con le autorità cinesi. A tutto questo si aggiungevano i doveri di rappresentanza presso i funzionari e i diplomatici cinesi e tedeschi, dove bisognava attenersi strettamente all'etichetta, cosa che deve essere costata non poco a uno come lui che si sentiva più a suo agio nelle capanne dei contadini che nelle sale dei palazzi del potere.
Senza dimenticare che ogni volta bisognava percorrere grandi distanze a cavallo o con mezzi di trasporto del tutto primitivi; lo Shandong meridionale era un territorio immenso; il Fiume Giallo costituiva spesso un ostacolo difficile da superare; si dovevano fare viaggi anche di 80 ore e a volte Freinademetz dovette lottare con gravi problemi di salute.
“In tutti i pericoli non preoccupiamoci,
ma affidiamoci completamente alla Provvidenza
celeste che veglia su di noi giorno e notte”.
E nulla lascia pensare che egli fosse preso nel vortice di un'attività febbrile o non avesse abbastanza tempo per chicchessia; al contrario, chi lo incontrava restava affascinato dalla sua gentilezza e dalla sua totale disponibilità per la persona che aveva davanti. Il primo cardinale cinese, Thomas Tien, lo sapeva per averlo personalmente sperimentato: «Era sempre disponibile per gli altri e poi solo per chi aveva davanti, totalmente disinteressato e dimentico di se stesso».
Giuseppe Freinademetz aveva una spiritualità concreta, incarnata, che coinvolgeva tutto l'uomo. Riusciva a integrare nel suo orizzonte spirituale anche attività a lui meno confacenti, a porre al servizio della sua vocazione tutta la sua vita con tutte le sue sfaccettature. Lo dimostra chiaramente il modo in cui spiega ai suoi confratelli lo scopo della permanenza di quattro settimane nella nuova Casa provinciale a Taikia: «La nostra vita è troppo breve, il nostro tempo troppo prezioso perché ne sciupiamo anche una sola goccia! Anche questo mese appartiene a Dio, interamente a Dio, e Dio peserà sulla bilancia della giustizia e chiederà conto a noi di ognuna delle sue 720 ore, di ognuno dei suoi 43.200 minuti, di ognuno dei suoi 2.592.000 secondi ». Ammonendo a prestare attenzione al tempo, non pensa assolutamente alle sole attività spirituali o culturali: «Lo scopo principale della nostra permanenza a Taikia è anche un giusto intenso riposo e ristoro fisico. Il corpo e lo spirito sono due realtà diametralmente diverse come il fuoco e l'acqua. E tuttavia l'una è orientata all'altra. Se il corpo non collabora, anche lo spirito smette di lavorare e la sua attività cessa, come quando al fuoco viene a mancare il combustibile o alla macchina non arriva più la corrente elettrica». Freinademetz non era mai a corto di paragoni...
reinademetz aveva una grande stima dei catechisti;
essi erano la spina dorsale della missione, come
aveva imparato insieme a Anzer già a Hong Kong:
«Questi catechisti fanno molto meno fatica di noi.
Sono cinesi, mentre noi siamo "diavoli europei"». Nello Shandong
meridionale essi svolgevano il compito di battistrada e luogotenenti
al tempo stesso. Quando in un luogo qualcuno diceva
di essere interessato alla religione cristiana, veniva inviato anzitutto
un catechista per chiarire la cosa; solo successivamente vi
si recava anche il missionario. Ma capitava spesso anche il contrario:
anzitutto il missionario risvegliava la curiosità e poi il
catechista restava in loco per «continuare il lavoro». La maggior
parte delle piccole comunità cristiane di un villaggio erano
dirette da catechisti.
Freinademetz considerò i catechisti ben più di semplici aiutanti dei missionari. Per lui erano autentici banditori della fede e partecipavano come guide della comunità all'ufficio pastorale. Quando nel 1893-1894 diresse il corso di formazione dei catechisti, redasse per loro un piccolo Regolamento (in cinese e latino). Lì parla anzitutto della loro vocazione: «Pensate: Dio vi ha scelti personalmente in mezzo a tanti altri!». Per lui il necessario mandato da parte del vescovo è un segno dell'unità e al tempo stesso della chiamata a far parte dell'ufficio pastorale e magisteriale della chiesa: «Quando uscite a proclamare la fede non siete veramente apostoli di Cristo? Quando gli uomini vanno errando come pecore senza pastore, voi dovete aiutarli e pascolarli». Se si pensa che la maggior parte dei catechisti era battezzata da appena un paio d'anni, si può facilmente misurare l'enorme fiducia che si riponeva in essi. Tanto maggiore è quindi la delusione di P. Freinademetz quando qualche catechista trascura i propri doveri o rinnega addirittura la fede.

In una classe di catechisti.
Freinademetz vede il loro ufficio in un contesto più ampio: «Dopo l'epoca dei grandi imperatori e dei grandi saggi in Cina le antiche virtù rischiano di scomparire. Le persone serie pensano con nostalgia a uomini che, come gli apostoli di Gesù, predicano e indicano la retta via. Perciò, con il vostro annuncio voi catechisti siete il compimento della speranza di molti uomini». La grande importanza che egli attribuisce loro corrispondeva all'impegno profuso nella loro formazione. Riguardo alla direzione della scuola dei catechisti afferma: «Posso tranquillamente dire che nei miei quindici anni passati in Cina non sono mai stato così oberato di lavoro».
Come amministratore, dopo la morte del vescovo Anzer, volle che le catechiste e i catechisti si ritrovassero ogni anno per alcune settimane per l'approfondimento della formazione e per gli «esercizi spirituali».
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1898 |
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Giuseppe Freinademetz intrattenne un relazione particolarmente intensa con un catechista già avanti negli anni di nome Wang Shuo-sin, che era stato in passato monaco taoista. Wang fu per anni il suo segretario e il suo consigliere personale. Era indispensabile per lui soprattutto nelle relazioni con le autorità, perché sapeva come trattare oralmente e per iscritto con i funzionari dello stato.
Il missionario del Sudtirolo dimostrava la stessa fiducia che riservava ai catechisti anche ai sacerdoti locali. Nel suo documento di preparazione al sinodo esige una piena equiparazione fra missionari e sacerdoti locali: «I sacerdoti cinesi non sono sacerdoti di second'ordine. Fra i sacerdoti deve esservi una solo ordine, valevole per europei e cinesi senza alcuna differenza». Nel 1902 prega il Superiore generale di accogliere nella Società il sacerdote cinese Hsia «e di aprire le porte agli aspiranti cinesi ». Arnoldo Janssen era ancora indeciso. E ancor più indecisa era la direzione della chiesa: sarebbero passati ancora molti decenni prima che Roma procedesse alla nomina dei primi vescovi cinesi. Finalmente nel 1946 Thomas Tien, che da seminarista aveva conosciuto Freinademetz, venne creato cardinale da Pio XII. Fu il primo cardinale non bianco.
“La preghiera è la nostra forza, la nostra spada,
il nostro conforto e la chiave del paradiso”.
reinademetz fu quello che si definisce abitualmente
un «grande orante», o un uomo «pio».
Nei documenti preparatori del primo sinodo diocesano
dello Shandong meridionale, sotto il tema
«clero», compare il suo atteggiamento di fondo: «Pensi di
poter diventare santo senza meditazione, cosa che nessun santo
è ancora riuscito a fare? – La meditazione, una perdita di
tempo? Al contrario, senza meditazione la vita è persa. Scegli,
inoltre, un giorno al mese, per dedicarlo interamente alla preghiera
e alla meditazione. Sono i giorni più belli e più utili
della vita, nei quali lo Spirito Santo ha promesso di parlare al
cuore».
Per molti era edificante vederlo pregare: «Si inginocchiava per lo più nel coro della chiesa; e per noi era sempre una straordinaria esperienza vederlo pregare. L'immagine di questo sacerdote inginocchiato è incancellabile dalla mia memoria. Si aveva l'impressione che nulla potesse disturbarlo. Era un grande orante. La sua pietà era aperta ed entusiasmante » (Cardinal Tien).
Henninghaus cita espressamente fra le «fonti di cui visse» «la preghiera», che per lui era «elemento vitale e gioia vitale». Anche quando doveva lavorare fino a notte fonda, dedicava sempre del tempo alla preghiera e alla lettura spirituale. Spesso d'estate, Freinademetz cominciava la giornata lavorativa già alle tre del mattino con la preghiera e la meditazione. Di preferenza recitava il Breviario in ginocchio, ma più spesso in piedi senza appoggiarsi a nulla. Doveva certamente riandare con la mente alla sua infanzia quando tutta la famiglia recitava ogni giorno il rosario in ginocchio sul duro pavimento del soggiorno davanti all'altare domestico.
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![]() Il calice personale di Giuseppe Freinademetz. |
Celebrava la messa «con dignità e devozione, senza fretta, ma anche senza molesta lentezza» (Henninghaus). Chiaramente anche in queste cose l'uomo del Tirolo non voleva essere invadente e importuno...
Il nome ufficiale dei Missionari di Steyl – Società del Verbo Divino – gli andava a pennello. In un documento preparatorio del sinodo afferma: «Lettura spirituale quotidiana; non lasciare passare un solo giorno senza meditare la sacra Scrittura, che viene detta il libro dei sacerdoti. Guai a te, se lasci inaridire la fonte della pietà!»
Conosce molto bene la Bibbia; la cita spesso, per lo più in latino e soprattutto vi trova sempre nuovi paragoni adatti per descrivere le situazioni del tempo; ciò significa che ha veramente interiorizzato la Bibbia, che essa non è lettera morta, fonte «inaridita», ma una fonte piena di vita, una fonte alla quale egli sa attingere.
Con la stessa intensità egli stimola i suoi confratelli a continuare la loro formazione: «Cura lo studio! "Poiché hai disprezzato la conoscenza, io ti disprezzo", dice la sacra Scrittura». Ancora un esempio della facilità e precisione con cui cita la Bibbia.
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La croce di Gesù Cristo, il Pane eucaristico, la meditazione della Parola di Dio sono i punti centrali e di riferimento nella vita del missionario Giuseppe Freinademetz. |
a croce e la passione di Cristo erano immagini che
hanno accompagnato Giuseppe Freinademetz fin
da bambino. Il suo paese di origine è ai piedi del
Sasso della Croce. Da ogni parte i sentieri, percorribili
ancora oggi, conducono all'antichissimo santuario della Santa
Croce situato immediatamente sotto le ripide pareti della montagna.
La cugina Maria Algrang ricordava che lo studente prima e il
giovane sacerdote poi si recava «molto spesso» in pellegrinaggio
fin lassù. L'immagine miracolosa della Santa Croce, il Cristo che
porta la croce intagliato nel legno, viene portata ancor oggi in
solenne processione fin lassù dopo lo scioglimento delle nevi e
riportata in ottobre nella chiesa parrocchiale di Badia.
Ai catechisti che formava a Tsining nell'anno 1893-1894 Freinademetz diceva: «Esiste una strada che devono percorrere tutti coloro che vogliono diventare santi: la meditazione dei dolorosi patimenti di nostro Signore Gesù».
Quando egli comincia a elaborare interiormente le delusioni e gli insuccessi e a non imputarli più al carattere dei cinesi, gli appare in tutta la sua forza il mistero della croce. Scrive: «Tutta la Passione si ripete nella vita e nella storia della chiesa... Qui la chiesa deve passare attraverso la settimana santa, sudare sangue sul Monte degli ulivi, morire sulla croce; deve continuamente lottare e combattere, lavorare e soffrire, sopportare e sanguinare; il suo continuo carattere distintivo è il martirio cruento e incruento».
Ciò che egli dice della chiesa vale anche per lui personalmente. Comprende che le sconfitte e umiliazioni personali, le delusioni per un catechista rinnegato ecc., e non da ultimo la persecuzione, fanno parte del cammino della croce. Non tutti possono seguirlo su questa strada. Nel suo necrologio del P. Freinademetz il P. Erlemann scrive: «Egli ha veramente molto lavorato e sofferto e ha meritato una ricca corona... Una notevole parte delle sue sofferenze, non voglio tacerlo, dipendeva dal suo carattere. Un altro non si sarebbe procurato simili sofferenze ». Erlemann lo spiega con il fatto che Freinademetz era stato spesso ingannato dai cinesi e, a suo avviso, non aveva imparato la lezione.
Forse il motivo per cui P. Freinademetz è diventato di anno in anno sempre più tranquillo, paziente e sensibile va ricercato proprio nella scoperta che la sua vita era strettamente legata alla passione del suo Signore. D'altra parte egli ha ricevuto dai cristiani anche molto amore: «I cristiani amano i loro missionari come in Europa e anche di più. Questo permette di accollarsi volentieri qualche croce».
Ma la sua croce più pesante deve essere stata per lui il dover riconoscere che la stragrande maggioranza del popolo cinese, dei «suoi» cinesi, non aveva trovato la strada che conduce alla croce di Cristo e quindi, come afferma la teologia del suo tempo, alla salvezza. Possiamo affermare che per questo era pronto ad accettare il martirio, a offrire la sua vita per la loro salvezza? Lo possiamo, visto che, in ultima analisi, una delle espressioni più citate di Giuseppe Freinademetz è proprio questa: «Anche in cielo vorrei essere un cinese!», il che significa anche che pure in cielo vorrebbe avere attorno a sé il maggior numero possibile di cinesi!
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“Come l’albero ha bisogno della terra per trovare linfa e nutrimento, così l’anima ha bisogno della preghiera” dice Giuseppe Freinademetz. Sarà gioia grande per lui vedere che la sua Casa natale, negli ultimi 50 anni, è diventata sempre più un luogo di preghiera, di meditazione e di raccoglimento, ma anche meta di numerosi pellegrini. Vengono a migliaia ogni anno.
Ben oltre i confini della sua patria, Giuseppe Freinademetz è diventato, per molte persone, un grande “intercessore”, ma anche tanto vicino, nelle più svariate difficoltà del vivere quotidiano. La Casa è abitata da un piccolo gruppo di Missionari Verbiti con il precipuo scopo di accogliere e di accompagnare i tanti pellegrini ad un “incontro” fruttuoso con il Santo di Oies.
Nel 1995 è stata costruita una nuova e più grande cappella, capace di accogliere gruppi più grandi. In questo modo Giuseppe Freinademetz, il primo e grande missionario verbita in Cina, il testimone umile e fedele dell’umanità e benignità di Dio, è ritornato a casa sua, in mezzo alle sue montagne.
Quando Arnoldo Janssen, agli inizi del 1875,
presentò all’arcivescovo di Colonia, Paulus
Melchers, il suo progetto di fondazione di un
istituto per le missioni estere, questi gli disse:
"Viviamo in un tempo dove tutto sta cambiando
e sembra crollare e lei si presenta con
un progetto per cominciare qualcosa di nuovo?” Janssen rispose:
"Viviamo in un tempo in cui molte cose stanno crollando, ma
in cambio altre devono sorgere".
Questo atteggiamento del Fondatore dei Missionari Verbiti fu un atteggiamento che era cresciuto in lui e che fu sempre nutrito da un intensa vita di preghiera e da una ricerca incessante della volontà di Dio. Malgrado tutti i dubbi ed esitazioni egli riuscì, in circostanze molto povere, ad inaugurare l’8 settembre del 1875, insieme ad alcuni compagni, il primo istituto missionario in Steyl, piccolo villaggio sulle rive del fiume Mosa, in terra olandese.
Contrariamente a quelle che erano le aspettative, l’istituto missionario di Steyl in poco tempo diventò ben conosciuto e dopo 10 anni nacque la Società del Verbo Divino, che al momento della morte di Arnoldo Janssen, avvenuta nel 1909, contava più di 1000 membri e già operava in diversi paesi dell’Asia, dell’America latina e dell’Africa.
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"Non sono stato io, ma questo l’ha fatto il Signore", era la risposta che Arnoldo Janssen dava alla gente che si meravigliava della rapida crescita ed espansione della "sua" opera missionaria alla quale appartenevano, insieme ai Missionari Verbiti, anche le suore Missionarie Serve dello Spirito Santo, fondate nel 1889, e le Suore Serve dello Spirito Santo dell’Adorazione perpetua, fondate nel 1896: Arnoldo nutrì sempre una grande fiducia nel Signore e visse ogni momento della sua vita sostenuto da questa fiducia.

Casa missionaria S. Michele in Steyl: Casa madre dei missionari verbiti.
Con la stessa fiducia vivono oggi circa 6000 Missionari Verbiti sparsi in tutto il mondo impegnati in modo particolare:
Fedeli alla parola di Gesù: “Pace a voi ! Come il Padre ha mandato
me, così io mando voi”. (Gv. 20,21), noi siamo pronti ad
abbandonare patria, lingua r cultura, e ad andare ovunque la
chiesa ci manda. Tale disponibilità è la nota distintiva della
nostra vocazione missionaria.
Siamo una Congregazione religiosa e missionaria, composta
di membri laici e sacerdoti, che vivono in comunità internazionali
e multiculturali. Vogliamo dare, anche così, testimonianza
dell’universalità e della fraternità della chiesa.
Con i voti di povertà, celibato e ubbidienza ci leghiamo
ancor più strettamente a questa comunità religiosa e missionaria.
Noi lavoriamo soprattutto in quei paesi dove il Vangelo non
è stato ancora annunciato o solamente in forma insufficiente
e dove la chiesa locale non è ancora in grado di essere
indipendente.
L’esempio di Gesù guida il nostro stile di Missione. Cerchiamo
di essere aperti e rispettosi delle tradizioni religiose
e culturali dei popoli, in mezzo ai quali siamo mandati ad
annunciare la Buona Novella dell’amore di Dio rivelato in
Gesù. Il nostro compito è quello di entrare in dialogo con le
persone che:

| EUROPA | AMERICA | AFRICA |
In origine la Famiglia religiosa di Steyl aveva una forte caratterizzazione tedesca ed europea. Oggi oltre la metà dei circa 10.000 Padri, Fratelli e Suore di Steyl provengono dai paesi dell'emisfero meridionale. Soprattutto dall'Asia: Indonesia, Filippine, India. Essi sono diventati insieme a tutta la Chiesa una comunità internazionale e multiculturale. |
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| ■▲ | Austria | ■ | Anguilla | ■▲ | Angola | ||
| ■ | Belgio | ■▲ | Antigua | ■ | Benin | ||
| ■ | Bielorussia | ■▲● | Argentina | ■▲ | Botswana | ||
| ■ | Croazia | ■▲ | Bolivia | ■ | Congo | ||
| ■▲ | Czech Republic | ■▲● | Brasile | ■▲ | Etiopia | ||
| ■ | Francia | ■ | Canada | ■▲ | Ghana | ||
| ■▲● | Germania | ■▲ | Cile | ■ | Kenia | ||
| ■▲ | Inghilterra | ■ | Colombia | ■ | Madagascar | ||
| ■▲ | Irlanda | ■▲ | Cuba | ■▲ | Mozambico | ||
| ■▲ | Italia | ■ | Ecuador | ■▲ | Sudafrica | ||
| ■ | Moldavia | ■ | Giamaica | ■ | Tanzania | ||
| ■▲● | Paesi Bassi | ■▲ | Messico | ■▲● | Togo | ||
| ■▲● | Polonia | ■ | Montserrat | ■▲ | Zambia | ||
| ■▲ | Portogallo | ■ | Nevis-St. Kitts | ■ | Zimbabwe | ||
| ■▲ | Romania | ■ | Nicaragua | ||||
| ■▲ | Russia | ■ | Panama | ASIA | |||
| ■ | Serbia | ■▲ | Paraguay | ■▲ | Cina | ||
| ■▲ | Slovacchia | ■▲● | Stati Uniti | ■▲ | Corea | ||
| ■▲ | Spagna | ■▲● | Filippine | ||||
| ■▲ | Swizzera | OCEANIA | ■▲ | Giapone | |||
| ■▲ | Ucraina | ■▲ | Australia | ■▲● | India | ||
| ■ | Ungaria | ■ | Nuova Zelanda | ■▲● | Indonesia | ||
| ■▲ | Papua Nuova Guinea | ■▲ | Taiwan | ||||
| ■ | Thailand | ■ | SVD | ||||
| ■▲ | Timor Loro Sae | ▲ | SSpS | ||||
| ■▲ | Vietnam | ● | SSpS | ||||
Ulteriori informazioni sia sui Missionari del Verbo Divino e le Suore Serve dello Spirito Santo, che su Giuseppe Freinademetz e Arnoldo Janssen possono essere trovate su Internet:
| Pubblicato da: | Societas Verbi Divini – Società del Verbo Divino (Missionari Verbiti– Roma) |
| Autore: | Sepp Hollweck SVD |
| Edito da: | Stefan Ueblackner SVD |
| Tradotto da: | Prof. Romeo Fabbri |
| Foto: | SVD |
| Grafica: | Brigitte Rosenberg (Vienna) |
| Impaginazione: | WMP, A-2340 Moedling |
| Stampato da: | GESP, Città di Castello (PG), Italia |

Giuseppe Freinademetz